Una serata “toccante”: il blues al Carcere di Bollate con Superdownhome e Seven Band

14 Ott 2025

C’è un’energia particolare che si respira quando la musica incontra la speranza. L’ultima serata del Sound Tracks Blues Festival al Carcere di Bollate è stata molto più di un concerto: è stata un’esperienza emotiva, toccante, e – per chi ha avuto la fortuna di esserci – una vera lezione di vita. A calcare il palco sono stati i Superdownhome, il potente duo blues che ha infiammato l’atmosfera con il loro sound ruvido e sincero, ma l’evento è iniziato con un’apertura speciale: quella della Seven Band, una formazione nata proprio all’interno del carcere…Ecco il racconto…(immagini non disponibili tratte da Mescalina)

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daniela rossi dir artistica Sound Tracks 2025

Un progetto di cuore e visione

Questa serata speciale è stata possibile grazie alla visione di Daniela Rossi, direttrice artistica del festival, che già nel 2015 aveva portato la musica tra le mura del carcere insieme al marito Luciano. Un’esperienza così forte da lasciare un segno indelebile, tanto da volerla ripetere oggi con ancora più convinzione. Fondamentale anche la collaborazione della dottoressa Catia Bianchi, funzionario educatore del carcere, che ha creduto fortemente in questo progetto.

Insieme, hanno dimostrato che l’arte, e in particolare la musica, può essere uno strumento potente per abbattere barriere, creare ponti, e generare cambiamenti reali. Come è successo ai Seven Band.

La forza della musica che riscatta

I Seven Band non erano musicisti quando hanno iniziato. Ma grazie al lavoro, alla dedizione e a un percorso che va ben oltre le note, oggi sono riusciti a conquistare l’attenzione e il rispetto non solo dei loro compagni detenuti, ma anche degli esterni presenti all’evento. Hanno dimostrato che, se si crede davvero in un percorso di cambiamento, il carcere può diventare uno spazio di rinascita, di riscatto e di reale contributo alla comunità.

Ascoltarli è stato toccante. Non solo per la musica – che è cresciuta in qualità e cuore partendo da mio preferitoIo so pazz” di Pino Daniele e poi “Cry to Me” di Solomon Burke e poi Otis Redding, Sting, Bersani, “Imagin”e di John Lennon, e “Moondance” di Van Morrison dove sul palco si sono alternati in nove: Giancarlo, Diego1 e Diego 2, Fabio, i due Andrea, Mario, Alessandro, Luca e Ciro  – ma per il messaggio profondo che portano con sé: nessuno è mai completamente perduto se trova un canale per esprimersi, per migliorarsi, per ricominciare e rinascere.

Superdownhome
Poi sul palco il gruppo atteso con il loro “Il blues rurale delle origini”, con rielaborazione a partire dagli strumenti costruiti con materiali di recupero.

E così, fra cigar box a tre o a quattro corde, fabbricati con manici di scopa, custodie per nastri da film, pezzi da rigattiere Enrico Sauda strapazza i suoi strumenti, dentro ai corposi pattern di Beppe Facchetti e la sua batteria, minimale ed efficace come un pugno nello stomaco quello più autentico, sfornano Motorway Son, Disaster NoonTaverner’s Boogie , il rock garage di Utter Daze, I’m Your Hoochie Coochie ManLong Time Blues e 24 Days, “Mississippi“.

 Un amore viscerale, il loro, per quelle sonorità ridotte all’osso. Musica di ribellione, musica di riflessione: quale migliore set per poter parlare a viso aperto: “Suonare qui stasera è un’esperienza che ti scava dentro, che ti dà spazio per riflettere sulla vita tua e quella degli altri” dice Enrico Sauda senza nascondere la sua emozione. Standing ovation tra noi e il pubblico dei detenuti che per una sera hanno “evaso” insieme a noi! Alla prossima edizione!!!

Un ritorno che emoziona il doppio

Per me, questa serata ha avuto un significato ancora più profondo.

Ero già stato al Carcere di Bollate nel 2015, e tornarci oggi ha riacceso ricordi forti.

Ma l’emozione vissuta stavolta è stata doppia. Perché vedere quanto è cresciuto questo progetto, ascoltare la musica dei detenuti, sentire il calore del pubblico misto – interno ed esterno – è stato un colpo al cuore e un balsamo per l’anima.

L’applauso finale, condiviso da pubblico interno ed esterno, è risuonato come un simbolo di unità, comprensione e possibilità.

È stato un momento in cui le mura del carcere sembravano dissolversi, lasciando spazio a ciò che di più umano possiamo condividere: l’emozione, l’ascolto, il rispetto reciproco.

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